Kurt Gerron di Camilla Fusato

Kurt Gerron di Camilla Fusato

Al campo.

Sono stato appena convocato nell’ufficio centrale del campo. Il mio nome è risuonato nitido attraverso il megafono, richiamandomi all’ordine. L’avranno sentito tutti, anche mia moglie dall’altra parte della rete. Chissà come sta, cosa sta facendo e cosa le stanno facendo. Non la vedo da tanto, come neanche mia madre; insieme a me è rimasto solamente mio padre stanco, affamato e infreddolito come tutti noi. Spero a loro stia andando meglio, che le trattino in un modo più umano. Sono spaesato, neanche un mese che mi trovo qui a Theresienstadt e vengo già richiamato. Non ho fatto niente, siamo stati ligi alle regole del campo ubbidendo ed abbassando la testa, senza chiedere spiegazioni. Ho paura: tutti quelli che sono stati convocati nell’ufficio centrale poi non sono più tornati. Eccomi: quale verdetto mi attende dall’altra parte di quella porta? Morte o liberazione?  Temo per la prima risposta, anche se non riesco a smettere di sperare per la salvezza.
Vogliono che giri un film. E
avrò salva la vita, sopravviverò a tutto questo. L’hanno promesso, assicurato. E potrò girare un film vero e autentico su questo orrore. Tutti devono sapere cos’è stato, cos’è successo. L’orrore. Sono costretto a mentire, girare un falso documentario sull’onorevole vita che hanno gli ebrei nei campi di concentramento, solamente per avvalorare le pazze teorie di Hitler e far vedere che non sta facendo del male, anzi porta il bene. Il mio talento artistico messo al servizio di questi uomini malvagi. Ma sarò salvo, saremo salvi, è questo che conta. Poi racconterò la verità. Adesso devo vivere giorno per giorno, momento per momento. Pensare al dopo mi fa paura, una paura che mi fa impazzire. Cosa posso fare? Hitler regala una città agli ebrei. Grazie alla sua benevolenza, gli ebrei hanno un posto dignitoso in cui stare, vivere e lavorare. Ma questa non è una città, è una prigione. Una città di morte casomai. Devo trovare delle comparse, qualcuno di allegro e ancora ben messo, senza gli occhi rassegnati e vitrei che hanno tutti. Utilizzerò l’orchestra del campo, ormai è diventata famosa e ben accolta dalle SS. E poi? I luoghi. Dove sono le baracche più in ordine, i luoghi meno desolati. Devo usare i bambini, loro mettono sempre allegria: giocando trasmettono un senso di sicurezza e pace. Qui ci sono anche tanti altri artisti, posso riprenderli mentre recitano poesie o dipingono, mentre suonano e cantano. Posso inventarmi qualcosa, gli spunti ci sono. Devo mettermi immediatamente al lavoro, far vedere che lavoro celermente e in modo efficace; prima termino le riprese e prima potremo lasciare questo posto maledetto. Posso farcela, andrà bene.

Lo sporco ebreo ha appena lasciato il mio ufficio: che idiota, pensa davvero che lo lasceremo in vita, che lasceremo andare lui e la sua famiglia? Pensa davvero che girando un documentario di propaganda sul campo di concentramento di Theresienstadt, lui, la moglie e i suoi genitori avranno salva la vita, saranno risparmiati. Come si fanno abbindolare facilmente. Si è già messo al lavoro. Guarda come si affanna nella ricerca dei luoghi e delle persone per poter girare, mentre cerca le comparse e persone da coinvolgere. Cani ebrei ingenui, nessuno uscirà vivo da questo campo, nessuno di voi sopravviverà. Le prove dello sterminio che stiamo perpetuando non devono arrivare a nessuno, sarà uno sterminio silenzioso. Li elimineremo dalla faccia della terra e nessuno se ne accorgerà; non mancheranno a nessuno. L’odore dei loro corpi bruciati mi dà la nausea, e gli occhi mi pizzicano per le ceneri sottili costantemente presenti nell’aria intorno al campo. Ma questo è il metodo più veloce, economico e pulito per sbarazzarci di loro. Ebrei che uccidono altri ebrei; si vede che sono una razza a parte, estranea ed aliena: un vero tedesco non lo farebbe mai, non si piegherebbe mai; un aquila non si abbassa, vola alta sopra tutti. Tra poco sarà finita, li scoveremo tutti e li elimineremo: siamo già a buon punto, il Fuhrer sarà fiero di noi e del nostro operato. Porteremo a compimento il pangermanesimo, tutti si piegheranno a noi e la razza ariana predominerà. Auschwitz vi aspetta. Ode alla supremazia bianca.

Non appena ho sentito il nome di Kurt dal megafono del campo, il mio cuore ha perso un battito. Cosa vogliono da lui? Perché lo hanno chiamato? Non è neanche un mese che ci troviamo qui a Theresienstadt. Non abbiamo fatto niente, siamo stati ligi alle regole del campo ubbidendo ed abbassando la testa, senza chiedere spiegazioni. Ho paura: dicono che tutti quelli convocati nell’ufficio centrale poi non sono più tornati. Tremo, spero solo di riuscire a vederlo per salutarlo un’ultima volta. Kurt lo ha promesso: andremo via da questo posto, insieme e senza voltarci indietro. La vita qui non è bella, ho paura, fame e freddo. Almeno non sono da sola, c’è mia suocera con me e insieme riusciamo a farci forza vicendevolmente. Anche se la vedo, è molto preoccupata per tutti noi, non riesce bene a nascondere l’angoscia che la pervade, che ci attanaglia entrambe in verità. Questa notizia non mi convince, non ci convince: girare un documentario sul campo di Theresienstadt in cambio della nostra libertà? È possibile sia così semplice? Qui ci sono tanti altri artisti e personalità importanti: com’è che non è stato chiesto anche a loro? Oltretutto, sono qui da molto più tempo rispetto a noi. E Kurt nonostante nel Paesi Bassi si sia fatto un nome come regista, non è così famoso. Spero riesca a realizzare un film che soddisfi le SS. Ho un terribile presentimento e un’immensa paura.


Terezin: Un documentario sul reinsediamento degli ebrei o Il Führer dona una città agli ebrei è il titolo del mio prossimo film: girato in pellicola, bianco e nero in rapporto 1,37:1; documentario. Osservo, riprendo e registro immagini che grazie a me rimarranno impresse per sempre sul triacetato di cellulosa che compone la pellicola cinematografica. Osservo, riprendo e registro immagini false, costruite, all’antitesi del concetto di documentario.  Composizioni ricreate ad hoc da uomini autoritari e violenti in divisa, e riprese da uomini sottomessi e spaventati vestiti di stracci e denutriti. Tante piccole formiche operose che si affaccendano per sterminarsi a vicenda. Ma le riprese sono belle, ben strutturate e valide, buone. Verrà un bel documentario, ben strutturato, girato, montato ed interpretato da questa marmaglia di poveri diavoli disperati. Quanta falsità. Il film è concluso, le SS ne sono soddisfatte: lo manderanno a Berlino, nella capitale, dove verrà visionato dai vertici dell’esercito e poi diffuso; ho sentito oggi il Capitano che ne parlava al Generale. Guarda, lì c’è il regista e le altre comparse del film, insieme a delle donne. Li stanno facendo salire su un convoglio: mi domando dove li stiano portando. Durante le riprese lo sentivo sussurrare qualcosa in merito a una loro possibile salvezza. Chissà.